- L’eredità scomoda di Sex and the City
- Come Sex and the City è diventato un'icona fra cinema e moda
- A 30 anni di distanza, possiamo considerare Sex and the City una serie femminista?
Su carta o in digitale, per almeno vent’anni Internet ci ha sottoposto alla stessa domanda esistenziale: sei una Carrie, una Miranda, una Charlotte o una Samantha? I risultati, in teoria, avrebbero dovuto rivelare qualcosa della nostra personalità; nella pratica, quasi tutti volevano essere una Samantha Jones. Per ottenere quel responso bisognava spuntare una serie di caratteristiche piuttosto precise: una sicurezza che sfiorava l'arroganza, allergia alle convenzioni, un talento naturale per dire ad alta voce ciò che gli altri pensano in silenzio e una vita sentimentale movimentata. Essere una Samantha significava soprattutto non chiedere mai il permesso. Il fatto che il volto dietro quel personaggio compia settant'anni questa estate ha qualcosa di straniante o, peggio ancora, provoca un piccolo cortocircuito generazionale. Kim Cattrall festeggia il suo compleanno il 21 agosto e, per dare un’idea della generazione a cui appartiene, è più o meno coetanea di donne come Geena Davis e Melanie Griffith, un po’ più giovane di Meryl Streep e Susan Sarandon, insomma appartiene a quell'annata che ha conosciuto Hollywood prima di Instagram e del #MeToo. Per milioni di persone, però, Kim Cattrall continua a essere una quarantenne chiamata Samantha Jones, la professionista delle pubbliche relazioni che tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila ha ridefinito il modo in cui la televisione rappresentava il desiderio femminile.
Nata a Liverpool nel 1956 e cresciuta in parte in Canada, Cattrall aveva già alle spalle una lunga carriera tra cinema e televisione prima del debutto di Sex and the City nel 1998. Negli anni Ottanta era apparsa in commedie cult come Porky’s, Scuola di polizia e Mannequin. Per gran parte della sua carriera era stata una presenza riconoscibile ma non necessariamente una star di primo piano. Samantha arrivò quando aveva già superato i quarant'anni, vicino a quella che Hollywood considerava la data di scadenza per un'attrice. Fu il ruolo che cambiò tutto: nel giro di pochi anni Cattrall divenne uno dei volti più riconoscibili della televisione americana, conquistando un Golden Globe nel 2003 e cinque nomination agli Emmy. Nella vita privata è sempre sembrata molto più riservata del personaggio che l’ha resa famosa; non ha avuto figli, ha parlato apertamente delle pressioni esercitate sulle donne rispetto alla maternità e, a differenza di molte sue contemporanee, non ha mai costruito la propria immagine pubblica attorno all’idea di moglie o madre.
Mentre Carrie Bradshaw è diventata in un istante l’emblema della fashion victim urbana e romantica, Samantha nel giro di sei anni e un centinaio di episodi — più due film che molti preferiscono rimuovere dalla memoria — si è trasformata nel personaggio più imprevedibile della serie grazie alla stessa Kim Cattrall, che negli anni successivi ha raccontato più volte di aver insistito perché Samantha non venisse rappresentata come una caricatura. Dietro le scene più provocatorie avevamo tutti riconosciuto una donna adulta che prendeva decisioni, gestiva una carriera di successo e rifiutava di vergognarsi dei propri desideri. Non a caso fu anche il personaggio che affrontò alcuni dei temi più delicati della serie, dal tumore al seno all’invecchiamento, passando per il rapporto tra sessualità e autonomia femminile. Cattrall non si limitò a interpretare Samantha: contribuì a trasformarla in una delle figure femminili più riconoscibili della televisione americana. Carrie attirava l’attenzione con abbinamenti eccentrici e tacchi spesso incompatibili con qualsiasi attività umana; Samantha era la quintessenza del corporate glamour fatto di tailleur impeccabili, silhouette scolpite, colori saturi e acidi, scollature calibrate al millimetro e una collezione infinita di orecchini dorati oversize. Una girlboss prima ancora che qualcuno inventasse la parola.
Col senno di poi, viene quasi il dubbio che la vera icona di stile della serie fosse Samantha con quel guardaroba pieno di Thierry Mugler molto prima che il marchio tornasse al centro della conversazione grazie agli archivi e ai social media. Le spalle architettoniche, le giacche strutturate e le linee aggressive sembravano disegnate apposta per una donna che non chiedeva spazio, se lo prendeva. Anche il suo rapporto con il lusso era diverso da quello delle altre protagoniste. Molto prima che TikTok trasformasse Hermès in una sottocategoria narrativa di Internet, Sex and the City aveva già intuito che il vero status symbol non fosse possedere un oggetto, ma ottenere accesso a qualcosa che gli altri non potevano avere. La storyline della Birkin laccata di rosso resta probabilmente il miglior esempio: Samantha cerca di aggirare una lista d’attesa di cinque anni sfruttando il nome della sua cliente Lucy Liu, salvo poi vedere il piano ritorcersi contro di lei quando Liu si prende la borsa e la licenzia. C'era però anche un lato meno reverenziale nel personaggio di Samantha. Mentre inseguiva una Birkin come un Sacro Graal, non aveva alcun problema a comprare una Baguette di Fendi contraffatta (in nappa dorata, a 150 dollari) da un venditore ambulante durante una vacanza a Los Angeles. La storia degenera rapidamente: un'accusa di furto alla persona sbagliata e un accompagnamento poco elegante all'uscita della Playboy Mansion.
Un altro elemento fondamentale nella costruzione del mito di Samantha è stato il rapporto con la nudità televisiva. Anche se molte delle scene che all'epoca sembravano scandalose oggi appaiono sorprendentemente innocenti, contribuirono a fissare nell'immaginario collettivo l'idea di un personaggio che non mostrava alcun imbarazzo nei confronti delle proprie fantasie, anche quando questo significava aspettare Smith coperta di sushi fresco con ai piedi soltanto un paio di Giuseppe Zanotti. Pur non essendo l'unica attrice del cast a girare scene intime, Cattrall fu quella che più di tutte finì per associare il proprio corpo all'identità stessa del personaggio. La costumista Patricia Field ha raccontato che durante le riprese delle scene di sesso le ripeteva sempre di non togliersi i tacchi, perché voleva che il pubblico vedesse anche le scarpe quando le gambe finivano in aria. È un dettaglio perfetto che riassume l'essenza di Samantha Jones: persino nei momenti più intimi, il sesso era anche una questione di stile. Se non abbiamo mai visto un capezzolo di Carrie Bradshaw, ricordiamo però un intero episodio dedicato ai primi peli pubici bianchi di Samantha — questa differenza racconta molto bene il ruolo che occupava nella serie. In fondo, Samantha era il "Sex" di Sex and the City.
È anche per questo che continua a dominare meme, classifiche e discussioni online. Dietro gli outfit appariscenti e le battute più provocatorie c’era il personaggio emotivamente più generoso della serie, quella che si presentava quando serviva (come quando in Messico si prende cura di Carrie, devastata dall’abbandono di Big, e la imbocca a letto con pazienza materna), che difendeva le amiche senza esitazioni e metteva da parte l’orgoglio per sostenerle. Kim Cattrall non ha solo interpretato il personaggio più memorabile di Sex and the City, ha interpretato quello che è invecchiato meglio. Carrie era una fantasia romantica, Samantha era una fantasia di autonomia. Quando rifacciamo quei vecchi quiz continuiamo a scegliere Samantha per la stessa ragione per cui la sceglievamo vent’anni fa: perché sembra la persona meno interessata all’approvazione degli altri, quella più libera dai preconcetti. E quella libertà, a settant’anni come a quaranta, resta una delle qualità più seducenti che la televisione abbia mai messo in scena.


















