Un rumore sordo spezza il silenzio dei campi.
Un velivolo scuro si libra in volo, i rotori in movimento continuo, le luci elettroniche evidenziano l’occhio della telecamera installata sulla fusoliera; è un drone, ma – nell’era della guerre combattute con le intelligenze artificiali – ha una missione completamente diversa dall’individuazione ed eliminazione del nemico: sta sorvolando le campagne per controllare le coltivazioni, raccogliere dati, riportarli ai contadini e alimentare così un’agricoltura mai così efficiente.
Più tardi, lo stesso drone riemerge in un contesto del tutto insolito: è al centro di un altare votivo, di quelli che nelle campagne e nelle case cinesi si usano per tributare onori ai defunti o alle divinità, circondandole di frutti e bastoncini d’incenso.
Dash, il nuovo progetto multimediale concepito dall’artista cinese Cao Fei per Fondazione Prada (esposto nella sede milanese fino al 28 settembre), parte proprio da qui: Cao Fei ha trascorso gli ultimi tre anni tra i campi e i data center della Cina meridionale e nordoccidentale, spingendosi fino al Sudest asiatico sulle tracce di XAG – azienda leader a livello mondiale nelle tecnologie agricole smart – per raccontare gli effetti della tecnologia sull’agricoltura, sulle comunità rurali e sulla modernità.
Il titolo richiama i rapidi movimenti dei droni e l’opera elabora un discorso estremamente affascinante sulle interazioni tra l’inorganico delle macchine, la terra, chi la coltiva e chi ne fruisce.
Nella mostra di Cao Fei assistiamo a una sorta di canonizzazione della tecnologia applicata alle tecniche agricole, un’agricoltura capace di sfamare popolazioni immense nonostante sfide sempre più complesse come la scarsità d’acqua, il cambiamento climatico, il vertiginoso aumento della domanda alimentare e la carenza di manodopera provocata dalle migrazioni verso i centri urbani. Ma fino a che punto si spinge la svolta ecologica cinese? Quali sono i risultati delle sue innovazioni? E si tratta di un modello esportabile nel resto del mondo?
Xi Jinping ha esposto la linea del Partito comunista cinese sulle sfide del cambiamento climatico e della transizione ecologica nel 2018: secondo la dottrina elaborata durante la Conferenza Nazionale sulla Protezione Ecologica e Ambientale, lo sviluppo economico non può prescindere dalla salvaguardia dell’ambiente, e – come spesso avviene nei documenti ufficiali del Pcc – si legge anche un richiamo all’internazionalismo con la frase “stabilire sforzi congiunti per costruire una civiltà globale dell’ecologia”. Questi proclami ideologici si traducono in obiettivi concreti: nel settembre dello scorso anno, Xi Jinping si è impegnato a tagliare tra il 7% e il 10% le emissioni di gas serra rispetto ai livelli massimi entro il 2035, ad aumentare il consumo di energie non fossili di oltre il 30% e a espandere la capacità di produzione di energia solare ed eolica fino a 3600 gigawatt.
La Cina, insomma, è molto seria e determinata nella lotta al riscaldamento globale – anche perché il Partito sa perfettamente che la sua legittimazione nasce dal miglioramento delle condizioni della popolazione, e l’inquinamento degli anni passati aveva raggiunto livelli parossistici – e vuole assumere un ruolo di leader mondiale.
I risultati di Pechino su molti fronti sono indubbi: i veicoli elettrici hanno raggiunto una diffusione enorme in tutto il Paese in tempi rapidi e nel 2025 hanno superato il 50% del totale dei mezzi circolanti, mentre dal marzo 2024 a tutto il 2025 i rilevamenti mensili indicano che le emissioni di gas serra sono in calo o, in qualche singolo caso, stabili. Le innovazioni agricole come quelle raccontate da Cao Fei sono presenti anche nelle campagne più remote.
Ma secondo Yifei Li (ricercatore di Studi Ambientali alla New York University di Shanghai) e Judith Shapiro (direttrice del Dipartimento Ambiente, Sviluppo e Salute alla American University di Washington), la campagna ambientale della Cina mostra una valenza fortemente politica.
I due accademici, autori di China Goes Green – Coercive Environmentalism for a Troubled Planet, sostengono che la nozione sulla “costruzione di una civiltà dell’ecologia” - incastonata addirittura nella Costituzione cinese e nei piani quinquennali - fa parte di una strategia globale per assumere la leadership globale anche sul fronte ecologico. Si tratterebbe, quindi, della formula politica di una sorta di “ecologia autoritaria”, che propone sì una soluzione ai cambiamenti climatici, ma la lascia cadere dall’alto senza possibilità di dialogo tra le comunità locali e il centro dirigista del Partito. «Se il fine della preservazione dell’ambiente è molto nobile, può arrivare a giustificare qualsiasi mezzo, ossia le attitudini autoritarie dello Stato», sintetizza Shapiro in un’intervista a Le Grand Continent. Una visione tecnocratica estrema, non così lontana dalle elaborazioni più radicali che arrivano dalla Silicon Valley.
Questa tendenza viene riassunta anche da una prospettiva artistica come quella di Cao Fei, quando parla del rapporto tra la sua opera e i vecchi poster di propaganda cinese degli anni Sessanta e Settanta. «Guardo a documenti storici come una nota testuale più ampia che si ancora al progetto», dice l’artista a Marie Claire. «Illuminano come la mobilitazione politica di quel periodo ha costruito un quadro che collegava il lavoro, il progresso tecnologico, l’agricoltura moderna e il benessere collettivo. Oggi, mentre discutiamo dei tratti caratteristici dell’agricoltura smart – ossia precisione, efficienza e operazioni condotte direttamente da macchine – schieriamo ancora un codice retorico simile per disseminare queste idee».
Secondo l’artista, le tecnologie all’avanguardia impiegate nell’agricoltura ci costringono a porci nuove domande.
Se l’agricoltura si basa su un ciclo infinito di nascita-crescita-morte che ha forgiato nei millenni intere culture, la tecnologia trasforma la percezione di questo ciclo, che tuttavia rimane immutato.
«Il riso continua a crescere, le stagioni continuano ad avvicendarsi, il terreno ha sempre bisogno di periodi di maggese e le società umane rimangono legate all’agricoltura», dice Cao Fei. «Per chi vive nelle città, il cibo esiste solamente come confezioni affastellate sugli scaffali dei supermercati o come tracce delle commodities sugli schermi di computer e smartphone, ma il lato mortale di tutta la faccenda – intendo la decomposizione, l’impermanenza, la fragilità dei raccolti – scompare dalla percezione del pubblico», conclude. «L’agricoltura moderna aumenta a dismisura l’efficienza del ciclo naturale, ma ne cancella la visibilità. Una volta che non possiamo più sperimentarlo con i nostri occhi, smettiamo di avvertire un senso di responsabilità verso la natura».
Queste immagini fanno parte del progetto multimediale Dash concepito dall’artista cinese Cao Fei per la sede milanese della Fondazione Prada (visitabile fino al 28 settembre). Attraverso fotografie, videoinstallazioni, realtà virtuale, documentari e materiali d’archivio indaga l’impatto della smart agriculture sul rapporto millenario tra uomo e territorio. La mostra è accompagnata da un libro illustrato omonimo concepito dall’artista e graphic designer Evi O, pubblicato da Fondazione Prada e disponibile nella nuova collana “Dispense”.
















